Giorgio Lo Giudice

Giorgio Lo Giudice è stato mille e un'atletica.


Giorgio Lo Giudice

Portando in tutte le fasi della sua vita, centinaia, forse migliaia di ragazze e ragazzi a sceglierla e a praticarla. Ci si è dedicato subito, chiedendo scusa agli inizi calcistici per diventare un discreto giovane mezzofondista, provando l'emozione delle finali dei campionati studenteschi con 50mila spettatori sugli spalti nella seconda metà degli anni '50. Ma è stato dopo, depositate da qualche parte le velleità agonistiche vere e proprie, che è diventato un formidabile promotore di questo sport, da allenatore, dirigente, organizzatore. Con Roma, i campi di Roma, l'atletica di Roma al centro del palcoscenico della sua vita.

I suoi a tu per tu con tante generazioni di studenti, fatti non soltanto di consigli e suggerimenti tecnici, ma di un rapporto a tutto tondo sulle cose della vita di cui tanti allievi diventati docenti e tecnici hanno potuto beneficiare, sono stati ricordati da tanti dopo la sua scomparsa lo scorso 4 giugno. Professore la mattina a scuola, tecnico e allenatore il pomeriggio: per anni queste abitudini sono state la sua vita sulla scia del suo grande maestro Alfredo Berra. Ma anche quando è subentrata la svolta del giornalismo a tempo pieno, Lo Giudice non ha mai "abdicato": impossibile trovare un giorno senza vederlo nell'amata Farnesina, all'Acqua Acetosa o alle Terme di Caracalla, fino ai giorni più vicini a noi, quando era l'animatore del Mille di Miguel allo stadio "Nori" di Tor Tre Teste e in tanti altri impianti.

Il Club Atletico Centrale, la Lega Atletica dell'Uisp, il Cus Roma, di nuovo il Centrale...E l'Armellini, il Castelnuovo, il Pasteur... In tutte queste esperienze c'è stata l'atletica e un profondo amore per la regina degli sport olimpici. Prima il mezzofondo da ragazzo, poi l'impegno con diversi marciatori, quindi le mitiche 100 x 1000, il battesimo della maratona e infine i campioni nati e cresciuti anche grazie ai suoi articoli, da Ashi Saber ad Andrew Howe. Ha attraversato davvero tutta l'atletica, quasi senza fare preferenze, quasi che ogni branca fosse figlia sua e diventasse impossibile confessare una piccola debolezza per l'una o l'altra. Mille e un'atletica appunto. Con una passione che non è mai stata un vezzo narcisistico, ma un entusiasmo da condividere con i più giovani. La frase "alle tre al campo" era il suo mantra. Che il suo nome e il suo cognome possano servire ancora per spiegare a tanti giovani la bellezza dell'atletica.

Valerio PICCIONI